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Sfogliando il libro dei ricordi di un vecchio

Sfogliando il libro dei ricordi di un vecchio

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Sono andato con mio zio Michele a casa di Stefano ‘o Cacciatore, un vecchio di 92 anni, pensando che avrebbe potuto raccontarmi molte cose interessanti per il mio lavoro di ricercatore di notizie su fatti e persone del Baianese.
Gli anni passano e lasciano il loro segno .Ho dovuto sudare per pescare nella memoria del buon uomo i ricordi del suo passato, diventati ormai incerti, labili, fuggevoli!
*   *   *
“Voi dite che  S. Stefano non fa i miracoli? Vi sbagliate, vi sbagliate!” afferma con convinzione, accompagnandosi con continui movimenti delle braccia, inarrestabili, quasi facendole parlare. “Vi voglio raccontare le grazie che mi ha fatto, così vi convincerete pure voi!”
Incomincia a brancolare tra i suoi ricordi confusi, che tornano uno dopo l'altro, salterellando sulle rughe antiche.
“Quando venni dall'America dovevo partire per il servizio militare. Alcuni amici mi dissero:
<Stè, và all'ospedale e fatti fare un certificato.>
Io andai ai Pellegrini e mi fecero le "carte". Arrivò il giorno della partenza e fui mandato ad Alessandria. Marcai subito visita, ma non si curarono di me. I commilitoni mi prendevano in giro:
<Se tenevamo noi questi certificati, a quest'ora stavamo a casa !>. <Come devo fare?!> chiedevo io, per sapere. <Vado continuamente in infermeria, ma  non vogliono ascoltarmi>. Passò un bel po’ di tempo e siccome i risultati erano sempre gli stessi, pensai :
<Stè, metti l'anima in pace! Se proprio lo devi fare il servizio militare, non ci pensare più!> e così misi l'anima in pace.
Una notte, mentre dormivo sulla branda, mi sentìi chiamare: <Ehi, Napolitano!>
Chi poteva  essere a quell'ora? Aprìi gli occhi e sapete chi vidi? Vidi Santo Stefano accanto alla branda, proprio come vedo voi qua.
<Napolità, domani marca visita!>
Uh! Madonna mia! Proprio Santo Stefano in persona, come sta dentro la chiesa di Baiano e sopra le figurine.
<Domani mattina marca visita!> mi disse per la seconda volta.
Rimasi di pietra e pensai:
<Ora Santo Stefano mi fa la grazia!>
Si gonfiarono gli occhi e mi misi a piangere, mentre lui continuava a  parlare.
<Domani mattina, quando passa il caporale di giornata, non ti dimenticare: marca visita!> e poi scomparve.
La mattina  marcai visita e mi riconobbero il male.
<Napolità> mi disse il medico, <lo so, tu vuoi andare in ospedale ed io  ti mando. Però ricordati: in ospedale ti faranno stare a dieta e cercherai con tutti i mezzi  di ritornare subito al reggimento per  scodellarti la cavetta!>
Io tenevo centocinquanta lire in tasca. Le avevo portate  proprio perché mi potevano servire, casomai avessi dovuto ungere qualcuno!…”
Così dicendo Stefano o’ cacciatore fa un bell’occhiolino furbo, mettendosi l’indice della mano sinistra  sulla fronte, come se avesse voluto dirmi:
<È questione di furbizia!>
E  continua il suo racconto.
“Andai in ospedale con le centocinquanta lire in tasca! Mi visitò il medico, un capitano di Napoli:
<Napolità, cosa ti senti?>
<Eh, non mi posso muovere!> dissi io, recitando come un vero  attore del San Carlo. <Le gambe…>
<Senti fame?> mi domandò senza farmi finire di parlare.
<No, no> risposi con decisione.
Lo guardai in faccia e gli lessi sul volto l’espressione di chi intuisce d’istinto come si sopportano tre giorni di dieta senza sentire fame. Mi fece una strizzatina d’occhio, quel volpone, e mi accennò un lieve sorriso. Coi soldi che avevano portato, mangiavo e bevevo a soddisfazione, di nascosto.”
Stefano o’ cacciatore suda ed è costretto ad asciugarsi la fronte: fa fatica a tornare con la mente a scovare nel suo passato ricordi piacevoli che ora si accavallano sulla soglia della memoria ed egli non riesce a frenare!
“Il capitano medico andò in licenza. Accanto alla mia brandina c’era un caporalmaggiore dell’artiglieria. Ogni tanto mi ripeteva: <Tu  te ne vai, Napolità; non ci pensare, te ne vai presto!>
Io ero diffidente: temevo che potesse carpirmi qualche segreto. Per questo rispondevo sempre con tono sfiduciato:
<Ma dove vado, se qui nessuno si prende cura di me?!>
Venne un altro medico. Guardava la cartella clinica.
<Dolori reumatici! Bene, bene!> e se ne andava.
Nessuno più si curava di me.
Finalmente tornò il capitano dalla licenza. Seppi più tardi che era grande amico di *** di Baiano.
<Napolità, tu stai ancora qua!> mi chiese meravigliato. <Io pensavo che tu avessi fatto già chissà quanto cammino verso il tuo paese… e tu stai ancora qua!!!>
<Signor Capitano, adesso mi volete prendere in giro?> replicai senza un pizzico di malizia. Non avevo capito che mi voleva aiutare!
<Stai tranquillo e abbi fiducia: domani ti manderò a casa. Sei contento?>
<Grazie, capità! Grazie, Santo Stè!!!> risposi con tanta gioia. <Però non posso camminare!>
Dovevo recitare la mia parte fino in fondo. Il capitano se ne andò a visitare altri soldati ricoverati.
Il giorno dopo tornò e mi disse sorridendo:
<Alzati, perché fra poco andrai a casa!>
<Signor capitano>, cercavo di spiegargli per farmi credere. <Io non posso camminare, perché mi fa ….>
Lui mi interruppe:
<Manderò un caporale con te: ti farò accompagnare fino a Baiano!>
Io rimasi senza parole.Non riuscii a dirgli nemmeno grazie per la contentezza. Le parole mi rimasero in gola!”
*   *   *
“Quando arrivammo a Napoli, il caporale mi disse:
<Napolità, tu stai meglio di me. Se ti conveniva fingere in Ospedale, con me puoi farne a meno. Facciamo una cosa.
Tu conosci bene la strada per Baiano e puoi andare da solo,
senza accompagnatore. Io abito vicino Napoli: vado a trovare  la mia famiglia e poi ritornerò ad Alessandria. Va bene?>
<Va bene, va bene, caporà; vai a casa dai tuoi. Grazie per la  compagnia e tanti auguri>.
Ci salutammo e me ne andai alla Vesuviana a prendere il treno. Quando mi presentai in caserma, a Baiano, per firmare il congedo, il maresciallo (che sapeva la mia storia) mi diede una scoppola, uno scappellotto, sulla spalla destra:
<E bravo Napolitano. Hai detto che non volevi fare il militare e non l’hai fatto. Ci sai fare tu!>
Povero maresciallo: non sapeva che era stato tutto merito di Santo Stefano’’.
Cosi dicendo, porta tutte e due la mani, unite e tese, sulle labbra e lascia partire un bacio sonoro, quasi un fischio, verso il cielo, allargando le braccia lentamente, come se volesse accompagnarlo fino al Santo protettore, e poi conclude:
“Vi ho  raccontato questa storia, per farvi  capire che Santo  Stefano aiuta sempre i suoi fedeli, non li abbandona mai. Per questo quando stavo in America mandavo sempre dei dollari per le feste del 3 Agosto, del 26 Dicembre e del 26 Febbraio!”
Mentre parla con le lacrime che solcano il volto paffuto e roseo, ‘o Cacciatore batte le dita sulla tavola ripetutamente, dando un tono maestoso alle sue parole:
<Santu Stè, aaah!> ed emette un lungo sospiro!
*   *   *
<Stè, raccontatemi qualcos’altro, ve ne prego!> gli chiedo con insistenza.
“Eeh! Io sono vecchio e tante cose le ho dimenticate. E poi vedete: mi viene da piangere!”
Così dicendo, prende il fazzoletto e si asciuga le lacrime. Povero vecchietto! L’ho costretto a ricordare gli anni belli della sua vita quando egli come un leone fulgido e fiero sentiva la forza di sollevare il mondo sulle spalle: ora a stento si porta dietro il corpo ricurvo sulla schiena! Stefano capisce che ho intuito i suoi sentimenti e si lascia andare ad un pianto incontrollato come un bambino! Mi sento imbarazzato e non insisto. Per fortuna è Stefano che supera l’attimo d’incertezza e continua il suo ripescaggio di ricordi.
“Ah! Ecco! Mi ricordo ora  quando ero giovane e andavo ‘e mmesse ’e notte nella chiesa di Santo Stefano, alle 4 del mattino. Una mattina in giro con la guantiera andò ‘o prevetariello. Ognuno prendeva il soldo, il due soldi e lo metteva dentro. Io presi un oggetto d’oro del valore di 25 lire e lo posai nella guantiera. Mentre tornava verso l’altare maggiore ‘o prevetariello scivolò sugli scalini e fece cadere a terra tutte le offerte dei fedeli. Posò a terra la guantiera e cominciò a raccogliere i soldi aiutato dalle donne che stavano vicino agli scalini. All’improvviso uscì il mio oggetto d’oro! Tutti rimasero sbalorditi per l’offerta di tale valore.
<Qualcuno ha sbagliato?> chiese ‘o prevetariello  alla gente.
Io mi alzai tutto contento e tra l’ammirazione e la perplessità dei presenti risposi:
<No, non ho sbagliato. Sta ben fatto per Santo Stefano!>
Finì la messa ed uscimmo dalla chiesa. Gli amici e i curiosi mi circondarono per chiedere, per sapere, per poi ‘nciuciare.
<Ma perché hai fatto questo?>
Alle loro domande rispondevo:
<Non lo so! Però sta ben fatto! Qualsiasi cosa si faccia per Santo Stefano è sempre ben fatta!>
Così dicendo mi svegliai e non ricordo più niente!
*   *   *
Dall’espressione del volto di Stefano traspare la stanchezza per il viaggio che egli sta facendo insieme con me nel mondo del suo passato. Cambio argomento di discussione, riportandolo alla realtà di questo momento. Si parla di cose frivole. All’improvviso ‘o cacciatore riprende il viaggio verso i ricordi della sua giovinezza. Sembra rinascere a nuova vita. La sua mente corre veloce, eludendo la mia guardia.
“Vi voglio raccontare un fatto che dicevano i vecchi. Era la Vigilia di Natale. Il Sindaco Bellofatto non voleva che si sparasse. Baiano era morto: niente tricchi-tracchi, niente botte a muro, niente fucili, niente carabine. Si fecero le undici e mezza e Baiano era sempre morto, mezz’ora prima che nascesse il Bambino, prima della processione notturna!!! Cosa si poteva fare? I Baianesi avevano già comprato ‘a rrobba ed erano pronti per sparare.
Mentre il Sindaco dorme beato, non disturbato dai botti, S. Stefano scende dal cielo e va a casa sua. Lo prende per i capelli:
<Tu devi fare sparare! La festa non deve finire così! Si deve sparare e se non darai subito il permesso, domattina non ti sveglierai più!!!>
Il Sindaco si svegliò terrorizzato, chiamò il banditore comunale, Stefano ‘e Raviello e, nel cuore della notte, fece sapere ai Baianesi che potevano sparare. Si rivoltò tutto il paese, in un attimo. E a giusta ragione! Il Sindaco aveva dato l’ordine che non si doveva sparare. E non si sarebbe sparato, eh!, perché se fossero intervenuti i carabinieri, avrebbero arrestato tutti! Allora il Santo pensò di fare il miracolo per i suoi Baianesi e così si sparò anche quel Natale.”
<Stè, i carabinieri hanno mai sequestrato qualche carabina o qualche fucile?>
<No, mai! Ora fanno un po’ gli spiritosi, prima invece facevano sparare. Controllavano e basta!>
<Perché questo Sindaco non voleva far sparare?>
<Voleva cacciare una legge nuova…>
<Voleva  fare un po’ il sapientone!> – dico io con un po’ di ironia, interrompendo Stefano che a fatica continua a rispondermi, asciugandosi ogni tanto il sudore con la mano destra.
<Oppure> continua Stefano, senza dar peso alla mia osservazione. <Oppure aveva avuto qualche fastidio dalle autorità militari. Si è sempre tentato di non far sparare, perché la gente si faceva male spesso e anche seriamente. I sindaci per questo non volevano mai prendersi la responsabilità! Qualche sindaco si metteva d’accordo col Tenente dei carabinieri:
<Noi non li  dobbiamo far sparare!>
Ma il popolo è stato sempre più forte: ha nel sangue la festa concepita in quel modo e ha sempre sparato e continuerà a sparare! Lo vuole S. Stefano, lo vuole la tradizione dei nostri padri e dei padri dei nostri padri perché così è iniziata la Festa!”
*   *   *
Stefano si asciuga le labbra con il fazzoletto, beve un bel bicchiere di vinello fragolo e poi riprende il suo racconto.
“Era appena un anno da quando ero tornato dall’America. Antonio o’ Cappellano,  Stefano Litto,  Enrico ‘o Senatore mi dissero:
<Stè, devi far anche tu ‘o masto ‘e festa>.
Accettai con entusiasmo. Bisognava preparare la fasta del 3 agosto. Si fece il giro per il paese, casa per casa, per raccogliere le offerte per la festa. Chi dava una lira, chi due, ognuno secondo le proprie possibilità. I galantuomini non mettevano mai niente! Io portavo la borsa con i soldi. Quando arrivammo in piazza chiesi agli amici:
<Perché non contiamo i soldi?>
<No – mi risposero in coro – cosa vuoi contare?! La borsa ce l’hai tu e tu farai il padrone. Va a casa, contali e poi ci farai sapere quanto abbiamo raccolto>.
Avevamo piena fiducia in me.
*   *   *
Arrivò il 3 agosto, il giorno della processione. Mi chiamò il capobanda:
<Voi siete il mastro di festa?>
<Si, sono io in persona. In che cosa vi posso servire?>
<Ci dovete dare trecento o quattrocento lire, se vi fa comodo, perché dobbiamo mangiare!>.
Presi cinquecento lire e glieli diedi. Per distrazione non li segnai nel libretto dei conti. Finì la festa. Si tirarono le somme: cinquecento lire in meno!.
<Stè,> mi dissero gli altri organizzatori, <tu sei  il cassiere, abbiamo avuto piena fiducia in te, non ti abbiamo mai controllato. Se hai sbagliato è giusto che tu paghi!>
Potevo mai rifiutarmi? I denari passavano solo nelle mie mani! Dovevo pagare. Rassicurai gli amici:
<Va bene: pagherò. Però non ho addosso i soldi, li porterò oggi pomeriggio>.
Me ne tornavo a casa per il  corso. Quando arrivai all’altezza della chiesa di S. Stefano, girai gli occhi verso il santo protettore: <Santu Stè, io ho torto e devo pagare, non posso tirarmi indietro. Sono sicuro che i soldi non li ho persi, però non mi ricordo che fine hanno fatto. Aiutami tu!>
Feci pochi passi ed il Santo mi fece ricordare:
<I soldi  li hai dati  al capobanda in piazza e non li hai segnati.>
Era vero e ricordai subito come erano andate le cose quel giorno. Durante il pomeriggio, presentai il conto e spiegai tutto. Santo Stefano mi aveva protetto e salvato!
<Non sono miracoli questi?> mi dice Stefano ‘o Cacciatore, aprendo le braccia e facendole vibrare. <Chi può mai dimenticare il Suo intervento?>

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| Martedì, 15. Ottobre 2019 || Reprinted by Montella Carmine |