(Baiano: 17-9-1892 – Baiano: 3-3-1938)

 

Era nato, il 27 settembre 1892, da un grande galantuomo e da una donna religiosissima ed eletta.

Ebbe dal padre, con il sangue, la rettitudine e la fermezza del carattere, e dalla mamma, la squisita, e direi dolorosa, sensibilità.

Giovanetto, perdette il babbo, stroncato in due giorni da male inesorabile. Seguitò alacremente negli studi, sostenuto dal sacrificio della mamma  e delle affettuosissime sorelle.

Già prossimo a laurearsi in medicina, fu chiamato dalla patria, ed accorse, volenteroso, sui campi di battaglia della grande guerra, a lenire, a curare, a dare la vita, dove si abbatteva la distruzione e la morte.

Il 5 dicembre del 1917,  nell’inferno  della Bainsizza (ndr. Battaglia dell'Isonzo combattuta durante la Prima guerra mondiale), mentre attendeva al suo pietoso ufficio, chino sul corpo dei feriti e dei moribondi, fu circondato dagli austriaci e fatto prigioniero.

Internato nel campo di concentramento di Mathausen, fu poi trasferito a Salzburgh, dove prestò l’opera sua negli ospedali austriaci, umanissimamente trattato e ben voluto dal nemico.

Rimpatriato, nel novembre del ‘18, dopo la vittoria, si laureava ben presto, con pieni voti, nell’Università di Napoli.

Nel 1921, gli mori la mamma adorata, fatta santa dal suo lungo, paziente soffrire.

Si specializzava in ostetricia a Milano, dove, forse, sarebbe rimasto. Ma senti che il conforto della sua presenza era necessario alla famiglia, e tornò a Baiano.

Nel 1922, superato brillantemente il concorso, divenne il provvidenziale Ufficiale Sanitario del nostro Mandamento.

Due anni dopo, sposava ,quella che è ora la mater dolorosa  di quattro orfanelli, discendente da antica e nobile famiglia, i D’Elia di Visciano e che aveva dato due fratelli alla patria.

Nel 1932, fu fatto Cavaliere della Corona, e mai la minuscola croce fregiò un petto più degno.

Negli anni 1933 e 1934, fu ottimo Segretario Politico di Baiano.

E giungiamo al 1938.....

Ah, il 1938, lo ricorderà amaramente colui che piange e scrive, e lo ricorderà il nostro paese ed il mandamento!

Calavano, tristissime, le prime ombre della sera del 3 marzo, ed il dott. Stefano Picciocchi, a 45 anni, come quercia schiantata dal fulmine, si abbatteva e finiva! Intorno al suo letto di morte erano il cugino Parroco, che a stento poté pronunziare la assoluzione sacramentale, e gli amici Dottori Marco Napoletano, Michele Colucci e Giulio Ferone, atterriti dal colpo, imprevisto quanto terribile.

Ed il medico di tutti, il giovane bello e aitante, giacque, immobile, con le labbra dischiuse al suo eterno sorriso!

Appena la tremenda verità fu nota al popolo accorso, brulicante nelle stanze e nel cortile della casa dolorosa, un grido immane sali dalla folla. Fu come se un tremuoto scuotesse la casa. Poco dopo, tutto il paese piangeva.

Mai, forse, il nostro paese ha pianto così un morto!

La sua casa era la casa di tutti, e tutte le case erano sue, dove entrava, più che medico, padre e fratello, per curare e confortare tutte le miserie, quelle fisiche e quelle morali. Sempre affettuoso, sempre piacevole e giocondo; ma la sua giocondità nascondeva spesso la preoccupazione e la angoscia. Egli non era il medico professionista, ma

il medico passionato: egli amava, ed era sua la sofferenza altrui. Se riusciva a strappare al dolore o alla morte un infelice, la sua gioia non aveva limiti; ma si torturava l’anima e passava insonni le notti, se si sentiva impotente contro il male. La sua immensa carità gli faceva disprezzare ogni vile mercato. Da chiunque ed a qualunque ora chiamato, accorreva prontissimo; e si sentiva abbastanza ricompensato se poteva ridonare la gioia e la vita.

Tornando da un paese vicino, dopo aver curato un infermo, l’amico che l’accompagnava, osservò: “Avete perduto l'intera notte e, nella corsa pazza, per poco l’automobile non s’è schiacciata nel  letto del torrente. Intanto, nessuno  vi ha..”. Ed egli, fermando con il gesto l’amico, rispose sorridendo: “E che fà?”

Una povera donna, venuta da Mugnano, come seppe che il Dottore era morto, fu veduta strapparsi disperatamente i capelli: “Gesù! Gesù!”, gridava la poveretta . “Mi ha curata per tanto tempo, mi ha strappata alla morte e nulla ha voluto, il Signorino!”

Ma al Signorino era lieve qualunque sacrificio per i suoi ammalati.

Alla vigilia della morte, lottò quattr’ore per salvare una vecchia. Tornato a casa, a notte fonda, era allegro e celiava con l’amico Parroco Sales, perché la vecchia era salva. Subito dopo fu colto da quella, che parve lieve indisposizione, ed era il principio della fine.

Qualche ora prima di morire, egli sedeva ancora sul letto per medicare ad un giovane la mano ferita... Poi, fu la catastrofe.

Niente valse a ravvivare quel grande cuore! Ed ancora ci si domanda: “Ma come? Ma perché?”

 

Ecco: quel cuore aveva troppo ed a lungo sofferto del male di tutti, e si spezzò!....

 

   
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