Morte di uno scoiattolo a Natale

Ferdinando Simonetti

Seconda guerra mondiale. Egitto. I soldati italiani vengono fatti prigionieri e vengono imbarcati a Porto Said, destinazione Inghilterra. Attraversano il Canale di Suez, il Mar Rosso, l’Oceano Indiano, sfiorando l’isola di Madagascar, passando per il Capo di Buona Speranza,  l’isola di Trinidad, le Antille, il Messico, la Florida e le coste orientali degli Stati Uniti d’America  e del Canada. Tre mesi di paure per la presenza dei temibili sommergibili tedeschi.

Il tramonto

 

Al tramontare del sole sono andato sulla riva del mare a ristorare le mie stanche membra.  Un incanto, Maria!

Un poeta non potrebbe immortalare nei suoi versi un tale spettacolo, non essendovi parole per descriverlo, nè ritmi nè cadenze che ne lascino immaginare la bellezza.  Nè un pittore lo potrebbe dipingere, non essendovi colori che potrebbero rappresentarlo in tutte le sue sfumature.

Ho visto il sole scendere lentamente nel mare, specchiandosi in esso ed inorgogliendosi della sua bellezza.  Le acque sembravano correre tutte nel punto dove esso cadeva, per baciargli l'aurea fronte; le nuvole sembravano correre a gara verso la Stella per alleviarne la caduta.  Correva anche qualche freddoloso pesciolino per scaldarsi al suo calore, per rubare qualche suo raggio.

Esso invece, crudele, non volendo adulatori intorno a sè né aiuto nella sua discesa austera, ha allargato le braccia e ha bruciato il cielo e il mare.

Ma Iddio, giusto dispensatore di giustizia, ha cacciato dal mondo il sole, per punirne la crudeltà, e l’ha scaraventato nel buio.

Il mare, il cielo e le nubi, supestiti dell’eccidio, hanno dipinto il loro viso di roseo, vergognosi della sconfitta ricevuta dal sole e si sono preparati e disposti alla vendetta.

È intervenuto ancora Iddio e, vedendo odio nei loro volti, li ha imprigionati nel suo mantello oscuro, condannandoli alla sorveglianza della Luna.

Fatta giustizia è volato in cielo, il Dio, a contemplare lo splendore delle stelle, anch’Egli splendore e serenità, giustizia e amore!

 

(Salerno, addi: 6 novembre 1969)

 

 

I ragazzi dei Vesuni


Il quartiere era il nostro mondo. Era lì che si passava il nostro tempo libero a giocare, a parlare, a programmare le nostre imprese del giorno dopo. Giochi tradizionali, belli, dal fascino che sapeva di antico, di semplicità, di genuinità, che sono oramai scomparsi e con essi l'innocenza e e l'ingenuità di quegli anni!
Era bello stare tutti insieme! Un gruppo compatto, granitico, che non accettava facilmente le ingerenze di corpi estranei provenienti dagli altri quartieri, a costo di finire in rissa e scambiarci botte a più non posso. Porto ancora in testa una cicatrice che mi procurò un ragazzo del quartiere San Giacomo in occasione di una battaglia serale.
Finalmente, poi, la domenica - come aspirazione massima - si andava in piazza, al cinema o nel bar di Rachele a giocare al bigliardino. O a passare, come tanti scoiattoli, da una quercia all'altra, dalla prima all'ultima, tra i rami fittissimi prima della potatura, in piazza Francesco Napolitano, facendo cadere foglie e ghiande (le cosiddette "pipparelle") sulla testa della gente seduta sulle panchine sotto gli alberi. E si andava via solo dopo aver completato l'intero giro!
Quello che ricordo con maggiore piacere erano le scorribande per i giardini o le campagne a rubare la frutta e, purtroppo, a fare danni che mi vergogno ancora oggi a raccontare.
Una volta ci organizzammo per andare a rubare le arance nel giardino che ora appartiene all'ing. Pietro Foglia, ex Sindaco, in via San Giacomo, nel cosiddetto "largo Picciocchi". C'era la luna. Il cielo era stellato e sereno. Arrivammo quatti quatti sotto l'albero più ricco di frutta. Fui io ad arrampicarmi tra i rami, essendo il più agile del gruppo. Dopo aver riempito la camicia, cominciai a buttar giù le arance agli amici che aspettavano con le mai tese, quando sul balcone che sporgeva proprio su quell'albero all'improvviso si affacciò il professore "Cicione" (alias Sgambati Francesco) con la gentile consorte, signora .... Aniceto Colucci. Poggiarono le braccia sulla ringhiera e, mentre assaporavano l'aria fresca della serata, parlavano del più e del meno. Io rimasi immobile attaccato ad un ramo, cercando di non far rumore, per evitare di essere scoperti e di fare una figuraccia con lui che ci avrebbe certamente riconosciuti anche nel buio del giardino. Lui parlava, parlava, parlava... La moglie ascoltava, ascoltava, ascoltava... Ed io sudavo, sudavo, sudavo freddo! Sfiancato dalla scomoda posizione, anche se sorretto dalle mani degli amici, mi mossi e... "Chi è là?" sentìi gridare con un vocione forte come un botto di cannone. "Sarà un gatto!" ripeteva la moglie del professore, il quale, senza pensarci su due volte, lanciò verso di me un bastone che stava sul balcone. Fu a quel punto che mi lasciai cadere addosso a chi mi sorreggeva e... tutti a scappare verso la strada e lontani dalle coloratissime imprecazioni del professore Cicione (che a distanza di anni ancora riecheggiano sonoramente quando io cammino tra le strade dei Vesuni), al quale professore, poi divenuto caro amico, chiedo perdono ora per allora!

Un'altra volta procurammo tanti danni e prendemmo, naturalmente, tante botte (ognuno dai propri genitori) che lasciarono il segno per molto tempo. Dove ora c'è in via Nicola Litto il fabbricato del dottor Peppe Colucci e della veterinaria, dottoressa De Palma, di Matteo Colucci e di Rosetta 'a mugnanese, c'erano solo i pagliai per gli animali appartenenti alle famiglie Picciocchi e Colucci (zì Peppe 'o ...., zì Stefanina e zì Filomena 'e quadrellese, zì Gioacchino 'o...).
Stavamo giocando a nascondino! Quale posto migliore di quello per non essere scoperti da chi ci doveva cercare?! Tutti ebbero la stessa idea e uno dopo l'altro ci ritrovammo sui deboli pagliai, non abilitati a sopportare il nostro peso. Così, in men che non si dica, all'improvviso si schiantarono e con noi in mezzo crollarono rovinosamente su quelle povere bestie! Non sto qui a raccontarvi le ferite che ognuno fu costretto prima a leccarsi e poi a mimetizzare per evitare la sicura punizione, che invece arrivò severa, sacrosanta e meritata. Ma non bastò a farci mettere giudizio nelle zucche immature! Nuove avventure ci aspettavano. E nuove e numerosissime avventure ci furono, e ci fecero crescere fino a quando, sazi ma ancora non appagati e ricchi di energie inesplose, ci ritrovammo adulti con la testa a posto, pronti a mettere a disposizione del quartiere e del paese la nostra forza, le nostre capacità, il nostro cuore! Tempi belli che non tornano più, ma che forgiarono lo spirito e le membra! E ci fecero diventare uomini! (Montella Carmine)

(Giugno 2007)

Sono andato con mio zio Michele a casa di Stefano ‘o Cacciatore, un vecchio di 92 anni, pensando che avrebbe potuto raccontarmi molte cose interessanti per il mio lavoro di ricercatore di notizie su fatti e persone del Baianese.
Gli anni passano e lasciano il loro segno .Ho dovuto sudare per pescare nella memoria del buon uomo i ricordi del suo passato, diventati ormai incerti, labili, fuggevoli!
*   *   *
“Voi dite che  S. Stefano non fa i miracoli? Vi sbagliate, vi sbagliate!” afferma con convinzione, accompagnandosi con continui movimenti delle braccia, inarrestabili, quasi facendole parlare. “Vi voglio raccontare le grazie che mi ha fatto, così vi convincerete pure voi!”
Incomincia a brancolare tra i suoi ricordi confusi, che tornano uno dopo l'altro, salterellando sulle rughe antiche.
“Quando venni dall'America dovevo partire per il servizio militare. Alcuni amici mi dissero:
<Stè, và all'ospedale e fatti fare un certificato.>
Io andai ai Pellegrini e mi fecero le "carte". Arrivò il giorno della partenza e fui mandato ad Alessandria. Marcai subito visita, ma non si curarono di me. I commilitoni mi prendevano in giro:
. chiedevo io, per sapere. . Passò un bel po’ di tempo e siccome i risultati erano sempre gli stessi, pensai :
<Stè, metti l'anima in pace! Se proprio lo devi fare il servizio militare, non ci pensare più!> e così misi l'anima in pace.
Una notte, mentre dormivo sulla branda, mi sentìi chiamare: <Ehi, Napolitano!>
Chi poteva  essere a quell'ora? Aprìi gli occhi e sapete chi vidi? Vidi Santo Stefano accanto alla branda, proprio come vedo voi qua.
<Napolità, domani marca visita!>
Uh! Madonna mia! Proprio Santo Stefano in persona, come sta dentro la chiesa di Baiano e sopra le figurine.
mi disse per la seconda volta.
Rimasi di pietra e pensai:

Si gonfiarono gli occhi e mi misi a piangere, mentre lui continuava a  parlare.
e poi scomparve.
La mattina  marcai visita e mi riconobbero il male.
<Napolità> mi disse il medico,
Io tenevo centocinquanta lire in tasca. Le avevo portate  proprio perché mi potevano servire, casomai avessi dovuto ungere qualcuno!…”
Così dicendo Stefano o’ cacciatore fa un bell’occhiolino furbo, mettendosi l’indice della mano sinistra  sulla fronte, come se avesse voluto dirmi:
<È questione di furbizia!>
E  continua il suo racconto.
“Andai in ospedale con le centocinquanta lire in tasca! Mi visitò il medico, un capitano di Napoli:
<Napolità, cosa ti senti?>
<Eh, non mi posso muovere!> dissi io, recitando come un vero  attore del San Carlo.
mi domandò senza farmi finire di parlare.
<No, no> risposi con decisione.
Lo guardai in faccia e gli lessi sul volto l’espressione di chi intuisce d’istinto come si sopportano tre giorni di dieta senza sentire fame. Mi fece una strizzatina d’occhio, quel volpone, e mi accennò un lieve sorriso. Coi soldi che avevano portato, mangiavo e bevevo a soddisfazione, di nascosto.”
Stefano o’ cacciatore suda ed è costretto ad asciugarsi la fronte: fa fatica a tornare con la mente a scovare nel suo passato ricordi piacevoli che ora si accavallano sulla soglia della memoria ed egli non riesce a frenare!
“Il capitano medico andò in licenza. Accanto alla mia brandina c’era un caporalmaggiore dell’artiglieria. Ogni tanto mi ripeteva:
Io ero diffidente: temevo che potesse carpirmi qualche segreto. Per questo rispondevo sempre con tono sfiduciato:

Venne un altro medico. Guardava la cartella clinica.
e se ne andava.
Nessuno più si curava di me.
Finalmente tornò il capitano dalla licenza. Seppi più tardi che era grande amico di *** di Baiano.
<Napolità, tu stai ancora qua!> mi chiese meravigliato.
replicai senza un pizzico di malizia. Non avevo capito che mi voleva aiutare!

<Grazie, capità! Grazie, Santo Stè!!!> risposi con tanta gioia. <Però non posso camminare!>
Dovevo recitare la mia parte fino in fondo. Il capitano se ne andò a visitare altri soldati ricoverati.
Il giorno dopo tornò e mi disse sorridendo:
<Alzati, perché fra poco andrai a casa!>
, cercavo di spiegargli per farmi credere.
Lui mi interruppe:
<Manderò un caporale con te: ti farò accompagnare fino a Baiano!>
Io rimasi senza parole.Non riuscii a dirgli nemmeno grazie per la contentezza. Le parole mi rimasero in gola!”
*   *   *
“Quando arrivammo a Napoli, il caporale mi disse:
<Napolità, tu stai meglio di me. Se ti conveniva fingere in Ospedale, con me puoi farne a meno. Facciamo una cosa.
Tu conosci bene la strada per Baiano e puoi andare da solo,
senza accompagnatore. Io abito vicino Napoli: vado a trovare  la mia famiglia e poi ritornerò ad Alessandria. Va bene?>
.
Ci salutammo e me ne andai alla Vesuviana a prendere il treno. Quando mi presentai in caserma, a Baiano, per firmare il congedo, il maresciallo (che sapeva la mia storia) mi diede una scoppola, uno scappellotto, sulla spalla destra:

Povero maresciallo: non sapeva che era stato tutto merito di Santo Stefano’’.
Cosi dicendo, porta tutte e due la mani, unite e tese, sulle labbra e lascia partire un bacio sonoro, quasi un fischio, verso il cielo, allargando le braccia lentamente, come se volesse accompagnarlo fino al Santo protettore, e poi conclude:
“Vi ho  raccontato questa storia, per farvi  capire che Santo  Stefano aiuta sempre i suoi fedeli, non li abbandona mai. Per questo quando stavo in America mandavo sempre dei dollari per le feste del 3 Agosto, del 26 Dicembre e del 26 Febbraio!”
Mentre parla con le lacrime che solcano il volto paffuto e roseo, ‘o Cacciatore batte le dita sulla tavola ripetutamente, dando un tono maestoso alle sue parole:
ed emette un lungo sospiro!
*   *   *
<Stè, raccontatemi qualcos’altro, ve ne prego!> gli chiedo con insistenza.
“Eeh! Io sono vecchio e tante cose le ho dimenticate. E poi vedete: mi viene da piangere!”
Così dicendo, prende il fazzoletto e si asciuga le lacrime. Povero vecchietto! L’ho costretto a ricordare gli anni belli della sua vita quando egli come un leone fulgido e fiero sentiva la forza di sollevare il mondo sulle spalle: ora a stento si porta dietro il corpo ricurvo sulla schiena! Stefano capisce che ho intuito i suoi sentimenti e si lascia andare ad un pianto incontrollato come un bambino! Mi sento imbarazzato e non insisto. Per fortuna è Stefano che supera l’attimo d’incertezza e continua il suo ripescaggio di ricordi.
“Ah! Ecco! Mi ricordo ora  quando ero giovane e andavo ‘e mmesse ’e notte nella chiesa di Santo Stefano, alle 4 del mattino. Una mattina in giro con la guantiera andò ‘o prevetariello. Ognuno prendeva il soldo, il due soldi e lo metteva dentro. Io presi un oggetto d’oro del valore di 25 lire e lo posai nella guantiera. Mentre tornava verso l’altare maggiore ‘o prevetariello scivolò sugli scalini e fece cadere a terra tutte le offerte dei fedeli. Posò a terra la guantiera e cominciò a raccogliere i soldi aiutato dalle donne che stavano vicino agli scalini. All’improvviso uscì il mio oggetto d’oro! Tutti rimasero sbalorditi per l’offerta di tale valore.
chiese ‘o prevetariello  alla gente.
Io mi alzai tutto contento e tra l’ammirazione e la perplessità dei presenti risposi:
<No, non ho sbagliato. Sta ben fatto per Santo Stefano!>
Finì la messa ed uscimmo dalla chiesa. Gli amici e i curiosi mi circondarono per chiedere, per sapere, per poi ‘nciuciare.

Alle loro domande rispondevo:

Così dicendo mi svegliai e non ricordo più niente!
*   *   *
Dall’espressione del volto di Stefano traspare la stanchezza per il viaggio che egli sta facendo insieme con me nel mondo del suo passato. Cambio argomento di discussione, riportandolo alla realtà di questo momento. Si parla di cose frivole. All’improvviso ‘o cacciatore riprende il viaggio verso i ricordi della sua giovinezza. Sembra rinascere a nuova vita. La sua mente corre veloce, eludendo la mia guardia.
“Vi voglio raccontare un fatto che dicevano i vecchi. Era la Vigilia di Natale. Il Sindaco Bellofatto non voleva che si sparasse. Baiano era morto: niente tricchi-tracchi, niente botte a muro, niente fucili, niente carabine. Si fecero le undici e mezza e Baiano era sempre morto, mezz’ora prima che nascesse il Bambino, prima della processione notturna!!! Cosa si poteva fare? I Baianesi avevano già comprato ‘a rrobba ed erano pronti per sparare.
Mentre il Sindaco dorme beato, non disturbato dai botti, S. Stefano scende dal cielo e va a casa sua. Lo prende per i capelli:

Il Sindaco si svegliò terrorizzato, chiamò il banditore comunale, Stefano ‘e Raviello e, nel cuore della notte, fece sapere ai Baianesi che potevano sparare. Si rivoltò tutto il paese, in un attimo. E a giusta ragione! Il Sindaco aveva dato l’ordine che non si doveva sparare. E non si sarebbe sparato, eh!, perché se fossero intervenuti i carabinieri, avrebbero arrestato tutti! Allora il Santo pensò di fare il miracolo per i suoi Baianesi e così si sparò anche quel Natale.”
<Stè, i carabinieri hanno mai sequestrato qualche carabina o qualche fucile?>
<No, mai! Ora fanno un po’ gli spiritosi, prima invece facevano sparare. Controllavano e basta!>
<Perché questo Sindaco non voleva far sparare?>

– dico io con un po’ di ironia, interrompendo Stefano che a fatica continua a rispondermi, asciugandosi ogni tanto il sudore con la mano destra.
continua Stefano, senza dar peso alla mia osservazione.
Ma il popolo è stato sempre più forte: ha nel sangue la festa concepita in quel modo e ha sempre sparato e continuerà a sparare! Lo vuole S. Stefano, lo vuole la tradizione dei nostri padri e dei padri dei nostri padri perché così è iniziata la Festa!”
*   *   *
Stefano si asciuga le labbra con il fazzoletto, beve un bel bicchiere di vinello fragolo e poi riprende il suo racconto.
“Era appena un anno da quando ero tornato dall’America. Antonio o’ Cappellano,  Stefano Litto,  Enrico ‘o Senatore mi dissero:
<Stè, devi far anche tu ‘o masto ‘e festa>.
Accettai con entusiasmo. Bisognava preparare la fasta del 3 agosto. Si fece il giro per il paese, casa per casa, per raccogliere le offerte per la festa. Chi dava una lira, chi due, ognuno secondo le proprie possibilità. I galantuomini non mettevano mai niente! Io portavo la borsa con i soldi. Quando arrivammo in piazza chiesi agli amici:
<Perché non contiamo i soldi?>
.
Avevamo piena fiducia in me.
*   *   *
Arrivò il 3 agosto, il giorno della processione. Mi chiamò il capobanda:

<Si, sono io in persona. In che cosa vi posso servire?>
.
Presi cinquecento lire e glieli diedi. Per distrazione non li segnai nel libretto dei conti. Finì la festa. Si tirarono le somme: cinquecento lire in meno!.
<Stè,> mi dissero gli altri organizzatori,
Potevo mai rifiutarmi? I denari passavano solo nelle mie mani! Dovevo pagare. Rassicurai gli amici:
.
Me ne tornavo a casa per il  corso. Quando arrivai all’altezza della chiesa di S. Stefano, girai gli occhi verso il santo protettore:
Feci pochi passi ed il Santo mi fece ricordare:

Era vero e ricordai subito come erano andate le cose quel giorno. Durante il pomeriggio, presentai il conto e spiegai tutto. Santo Stefano mi aveva protetto e salvato!
mi dice Stefano ‘o Cacciatore, aprendo le braccia e facendole vibrare.

   
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